Articolo scritto da: Dott. Liban Varetti

Abstract:

L’Open Innovation ha oltre un quarto di secolo, ma in Italia è stato sostanzialmente scoperto da poco. Si tratta della capacità delle aziende di integrare attraverso sinergie produttive o di competenze, l’innovazione prodotta dalle piccole aziende e dalle start-up, nei processi delle PMI e delle Grandi Aziende. Oggi Open Innovation oltre ad essere un termine di moda, è diventata una necessità per tutte le imprese che vogliono emergere nei propri mercati, o competere con le altre ad armi pari.
L’ innovazione delle start-up, i suggerimenti di collaboratori e dipendenti, la flessibilità produttiva delle piccole aziende possono essere strumenti di vantaggio competitivo per quelle PMI che riescono ad acquisirli ed integrarli sinergicamente nei propri business model.


Come è noto agli aziendalisti, le aziende crescono per processi definiti “interni” o “esterni”. Con la prima definizione “crescita per linee interne” si intende comunemente una crescita che avviene utilizzando esclusivamente risorse interne all’azienda; nel secondo caso, “crescita per linee esterne”, ci riferiamo, invece, alla possibilità di poter inglobare risorse esterne all’azienda ed utilizzarle per la crescita (di norma altre imprese che possono essere acquisite).

Nell’accezione classica con tale terminologia ci si riferisce ad una crescita dimensionale espressa in termini di struttura (ulteriori impianti o stabilimenti) oppure l’acquisizione di mercati diversi attraverso l’acquisizione di un’altra impresa; la concezione classica prende in osservazione prevalentemente elementi fisici.

Con l’avvio della digitalizzazione dei processi industriali e l’ingresso nella c.d. Economia 4.0, i concetti di crescita per linee interne od esterne si sono ampliati andando a ricomprendere in tale fattispecie anche assets immateriali quali il know-how, le competenze ed ovviamente anche i brevetti.

Oggi quando si parla di crescita per linee esterne non ci si riferisce esclusivamente, quindi, ad acquisizioni di altre aziende per diventare proprietari di impianti o stabilimenti, ma anche all’acquisizione di nuove soluzioni tecnologiche e/o competenze; ovvero alla creazione di nuove linee di business utilizzando assets interni, che prima non si sapeva come valorizzare, grazie all’apporto di competenze esterne.

Nella terminologia anglosassone tale processo è noto come “open innovation” un neologisimo creato da Henry Chesbrough, che lo espose la prima volta in un libro il cui titolo era “Open Innovation: The New Imperative for Creating and Profitting from Technology”.

Si inizia a parlare di Open Innovation quindi oltre oceano oltre un quarto di secolo fa, grazie alla maturata consapevolezza della crescente difficoltà delle aziende nel trovare nuove soluzioni internamente per problemi legati a: (i) gli elevati costi della ricerca; (ii) l’aleatorietà della ricerca con i conseguenti insuccessi; (iii) le difficoltà in particolar modo nelle aziende più grandi a pensare in modo innovativo rispetto a schemi ormai sclerotizzati (“si è sempre fatto così”, etc).

L’acquisizione di una tale consapevolezza ha comportato una crescente disponibilità delle imprese ad approcciarsi ai processi di Open Innovation che non implicano il possesso in via esclusiva delle competenze tecniche e del know-how, e ad accettare il fatto di utilizzare invenzioni e soluzioni di cui non sono le sole proprietarie esclusive. A fare maturare questo tipo di consapevolezza è stata in parte anche l’affermazione delle soluzioni e software di tipo “open” che hanno dimostrato di essere un modello di business valido sia per gli sviluppatori, che per i produttori di software, nonché gli utilizzatori finali di tali prodotti.

Open Innovation oggi non vuol dire esclusivamente, o solo, l’acquisizione di una start-up proprietaria di un know-how o di un prodotto innovativo. Questa indubbiamente è una delle forme dell’Open Innovation, ma lo è anche sfruttare sinergie produttive con start-up (o aziende più piccole, ma più flessibili), condividere la conoscenza di istituti di ricerca ed università, sviluppare idee di dipendenti e collaboratori. Fino ad arrivare al punto di creare reparti aziendali ad hoc da separare dall’azienda madre per consentirgli uno sviluppo autonomo dell’innovazione in modo da non essere legati ai processi e agli schemi operativi e mentali dell’impresa.

L’Open Innovation è diventata per le aziende una necessità indotta anche dalla “velocità del business”, specialmente nei mondi di matrice anglosassone, dove le persone (in particolare le più dotate) si spostano spesso da azienda ad azienda durante il loro percorso di crescita rendendo impossibile una loro permanenza di lungo periodo all’interno di una sola impresa.

Nel modello dell’Open Innovation vi è spazio quindi sia per la piccola impresa, la start-up che la PMI o la Grande impresa. Le prime rappresentano il motore dell’innovazione ed una capacità produttiva flessibile che facilmente si adatta a risolvere i problemi; le seconde sono le porte della finanza e del mercato a cui possono portare l’innovazione creata dalle prime. Non di rado start-up e piccole aziende vengono acquisite poi dalle più grandi per rinnovare i loro processi di produzione.

L’Open Innovation si pratica facendo scouting là dove si creano le start-up e dove l’innovazione muove i suoi primi passi; ovvero:

  • all’interno dei poli tecnologici. Siti spesso di matrice pubblica, la cui funzione principale è quella di fornire una casa ed i servizi base alle start-up e favorire lo scambio di know-how tra le stesse start-up;
  • trai i competitori delle start-cup. Gare organizzate da Banche, Regioni, Fondazioni ed Enti Privati che mettono in palio un premio in denaro per il migliore progetto di start-up presentato e valutato da una giuria di esperti;
  • nell’ambito dei vari pitch-day: ovvero manifestazioni in cui vengono presentate da parte di venture capital od altri operatori, un panel selezionato di start-up ad una platea di investitori e/o business angel;
  • all’interno di incubatori di impresa. Strutture organizzate da Enti Privati, Fondazioni o Investitori che aiutano le start-up a formarsi, a validare il proprio modello di business e che insegnano ai funders cosa vuole dire essere una impresa;
  • nei percorsi di accelerazione dei venture capital. Dove le start-up crescono, progettano la propria strategia di approccio al mercato.

Oppure organizzando:

  • delle hackathon: gare tipiche del mondo software dove in 24 ore i programmatori partecipanti debbono creare delle innovazioni; ed anche;
  • delle “call”; ovvero delle richieste a presentare su temi specifici start-up o innovazioni. Queste possono essere organizzate dalle Imprese più grandi che ricercano soluzioni specifiche in determinati ambiti (per esempio dalle Banche in ambito fin-tech).

Fare scouting in questo settore è anch’essa diventata una attività da specialisti, perché è necessario disporre di un adeguato network di conoscenze per giungere a frequentare i posti e le occasioni in cui potere approcciare le start-up, ma anche avere un minimo di notorietà nell’ambito degli investitori o di coloro che favoriscono i processi di Open Innovation, per potere ricevere sollecitazioni dalle stesse start-up che vogliono incontrare aziende più grandi per instaurare collaborazioni di reciproco vantaggio.

Il modello dell’Open Innovation come si è visto è stato sviluppato negli USA, dove le aziende più tecnologiche, e che hanno avuto le crescite maggiori, ne hanno approfittato positivamente. Ma ha preso piede in modo significativo anche in Asia. L’Europa è forse partita un poco in ritardo, ma sta facendo passi veloci ed importanti, anche in Italia vi sono molte iniziative, ma le dimensioni dei Venture Capital (sia in termini di risorse che numerici), e lo scarso numero di operatori specializzati in tale settore pone il nostro paese agli ultimi posti nella classifica Europea.

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